Il matrimonio (tė martuerit)

 

 

     Nella tradizione il matrimonio di norma era celebrato di domenica; solo recentemente si č cominciato a celebrarlo di sabato.

     Nel tempo passato i riti del matrimonio avevano inizio il giovedģ precedente la data fissata per le nozze. Nella mattinata le consuocere invitavano nelle rispettive abitazioni amici e parenti, ma solo i pił intimi.

     Nel pomeriggio la sposa indossava una lunga gonna (sutaneli), una camicia ricamata ed un corpetto, avuti in dono dai suoi genitori, ed aspettava, insieme coi genitori, lo sposo, che giungeva accompagnato da un corteo (figheri) di parenti ed amici.

    Aveva inizio la cerimonia, durante la quale la madre della sposa mostrava il corredo (shtij luvčret). Per fare ciņ stendeva per terra una coperta e vi posava, ad uno ad uno, i vari capi del corredo, confezionati da lei e dalla figlia, enumerandoli con tono e gesti enfatici: “E osht njo par sandone…, e jan di par sandone…, e jan tre par sandone ...” 

     L’enumerazione veniva ripetuta per ogni tipo di capo. Alla fine, col crocifisso in mano, la madre benediceva tutto ciņ che aveva dato alla figlia, augurandole ogni felicitą.

     Il corredo veniva poi riposto in ceste e portato in corteo alla casa degli sposi. Non vi era una norma che stabilisse il numero dei capi: esso variava a seconda delle condizioni economiche di ciascuno.

     Il corredo delle figlie femmine da maritare era una delle principali preoccupazioni delle famiglie, tanto che le madri cominciavano a prepararlo fin da quando le loro figlie erano ancora bambine e costoro, a loro volta, vi contribuivano, con la filatura ed il ricamo, fin da quell’etą. 

     Ciņ in ossequio al proverbio calabrese “fijja ‘nt’a fascia, corredu ‘nt’a cascia! (Figlia in fasce, corredo nella cassa)”.

     Qualche ora pił tardi nella casa paterna della sposa avveniva la cerimonia chiamata brumi (pasta). Una ragazza, che avesse perņ vivi ambedue i genitori, impastava della farina con acqua, ma senza usare né lievito, né altri ingredienti, mentre le donne presenti, sedute attorno, cantavano, ripetendo due volte, questi versi.

 

BRUMI

 

E se nani te magj’e rea (e se nani te)

E se nani te sit’e rea (e se nani te)

E se nani te miallėt e ri(o) (e se nani te)

E se nani te ujt e ri(o) (e se nani te)

E se nani te gėsistr’e rea (e se nani te).

 

CANTO DEL PANE

 

Ed ora (prepariamo il pane) nella madia nuova

Ed ora col setaccio nuovo

Ed ora con la farina nuova

Ed ora con l’acqua nuova

Ed ora col raschietto nuovo

 

 

     Il canto, giunto mutilo, ha un ritmo molto lento ed un’intonazione chiaramente popolare, libero com’č anche da schemi grammaticali. Serviva solo da sottofondo (ora si direbbe “base”) musicale alla preparazione dell’impasto e con la ripetizione della parola “nuovo”, che accompagnava  la presentazione degli strumenti usati un tempo per la preparazione del pane, voleva bene augurare alla nuova famiglia.

     Per tutta la durata del canto e della cerimonia la sposa, circondata dalle parenti pił intime, restava seduta in atteggiamento serio e composto, quasi assente, tanto che le donne che l’assistevano di quando in quando mormoravano tra loro: “Ēė rrin bukur nusa, duk’se fjč! (come sta bene la sposa, sembra che dorma!)”.

     Quando l’impasto era pronto le donne presenti alla cerimonia si gettavano sulla pasta prendendone un po’ ciascuna, poiché essa doveva sparire dalla madia il pił presto possibile. Ciascuna poi doveva portare a casa la pasta che era riuscita a prendere per farne una piccola focaccia (kukłlle) che veniva da lei stessa consumata.

     Terminata la cerimonia gli uomini s’intrattenevano con lo sposo, mentre le donne s’apprestavano a danzare “illin tė shkurtur”: una ballata di cui si cantavano (e ballavano) solo i primi versi augurali. L’inno intero invece era cantato quando lo sposo portava i suoi doni.

     L’illi era preceduto da una danza dal ritmo pił veloce, accompagnata da questi versi.  

 

 

 

TĖ MARTUERIT

 

Marģ, zonjėza Maria,
tij tė kan martuerith,
se mirė o martuerit.
...

M’u pėrgjegjin framullarėt:(1)
sulu, nunė e mos u tromb
njer cė prét mua mban
gjéta vjeherin e mirė
ajņ mė gjishėj ajņ mė vishėj,
ajņ mė voj linjin e hollė,
me njė djal mė rėndon
na pėshtron kurora ndoin, 
Marģ, zonjėza Maria. 

Maria, signora Maria,
Ti hanno maritata,
perché č bene sposarsi.
...

Mi risposero gli alfieri:
avventati, signora e non aver paura
.............................
ho trovato una buona suocera,
essa mi svestiva e mi rivestiva,
essa mi faceva indossare la camicia fine.
Con un bel bimbo mi ricompenserai
.............................
Maria, signora Maria.

  ____________________________________________
1) Flamurar
ėt? (Flamur/i = bandiera; flamurar/i = portabandiera)
 
(Dettata da Lucia De Capua il 24 settembre 1976)

 

 

     Le donne, non pił di una decina, si disponevano nel modo gią descritto trattando del Carnevale. Anche in questa occasione esse erano guidate da due uomini posti alle estremitą, che le tiravano dolcemente in senso alterno, per mezzo di un fazzoletto dai colori vivaci, avvolgendosi a spirale e poi allargandosi.

     A un tratto il ritmo del ballo diveniva lento e solenne, la giornata volgeva ormai all’imbrunire e lo spiazzo scelto per la danza era ormai illuminato da lanterne e lucerne ad olio (kandilleri).

     Si dava inizio alla danza dell’Illi, un solenne imeneo che a prima vista farebbe pensare ad un inno al sole (in albanese standard si scrive ylli, dal greco hlioV). In realtą č un inno al clan, chiamato a raccolta a garanzia della felicitą augurata agli sposi.

     Giunti al verso “nusa e zonjė si bora e prillit” i presenti gridavano: “marrėni nusen” (prendete la sposa). Un parente stretto andava a prenderla in casa, accompagnandola fuori con un fazzoletto che ambedue dovevano tenere per una delle estremitą, e la faceva entrare nel cerchio formato dalle danzanti.

     Il ballo riprendeva, sempre pił lento, ed il suo ritmo era interrotto, di tanto in tanto, dagli urli acuti e striduli che i due maschi conduttori emettevano alle orecchie della sposa “allo scopo di tenerla sveglia”. Poi la danza si scioglieva e la comitiva entrava nella casa paterna della sposa, dove la festa si protraeva fino a notte inoltrata tra manicaretti ed abbondanti libagioni.

 

 

ILLI

 

Ngė del illi e mos ngė del,

se na kemi kush tė na daj.

Ngė bon dritė e mos ngė bon,

Se na kemi kush tė na bonj:

shtatė krushq e shtatė kunet

tė na thonjin me shėndet,

me shėndet e tė bėget.

Par’e desha dhe at at

Tė na thonj: bijė e bogatė.

Par’e desha dhe atė shonjė

Tė na thonj shpingullė e 'rėgjonde.

Par’e desha ata kunet

  na thogjin: ditė tė gjetė.

Par’e desha ato kunata

Tė na thonjin: nusė e bėgata.

 

Fati i bardh i nussjes.

Dhondarrith mė ish si illi,

nusa zonjė si lula e prillit.

Dhondarrithi ish si kristali,

nusa e zhonjė si bora e malit.

 

Tė ju rritėshin ditė e gjetė

Dondarrit me gjithė nuse.

Fati i bardh i nusjes,

se kėpuca e dhondarrit

ra ndrė kombė tė nusjes,

se kvaceti i dhondarrit

ndrė gharrun tė nusjes,

sutaneli i dhondarrit

ra ndrė mes tė nusjies,

se kurpeti i dhondarrit

ndrė kudil tė nusjes,

se ajo cohe e dhondarrit

ra ndrė gjollė tė nusjes,

se ghalun(et) tė dhondarrit

ran ndrė brul(et) tė nusjes,

se ghunazha e dhondarrit

ra ndrė gjisht tė nusjes,

se hjanaka e dhondarrit

ra ndrė qafė tė nusjes,

se ruzari i dhondarrit

ra ndrė grikė tė nusjes,

se riqinet tė dhondarrit

ran ndrė vesht tė nusjes,

se pjekėsidha e dhondarrit

ra ndre kriet tė nusjes.

 

Tė ju rritėshin ditėtė e vjetėt,

Dhondarrit me ghith nuse.

 

Che sorga il sole o che non sorga

abbiamo chi sorga per noi

che faccia giorno o che non faccia

abbiamo chi ci faccia luce

sette parenti e sette cognati

che ci augurano salute

salute ed abbondanza

E qui avanti vorrei il padre (dello sposo)

che auguri: figlia ricca

Qui avanti vorrei anche la suocera

che ce la chiami spilla d’argento

Qui avanti vorrei i cognati

che augurino: giorni lunghi!

Qui avanti vorrei le cognate

che augurino: sposa ricca!

 

Buona fortuna alla sposa!

Il caro sposo č come il sole

La signora sposa come fiore d’aprile

Lo sposino č come il cristallo

la signora sposa come neve di monte

 

Siano lunghi i giorni

per lo sposo e per la sposa

Sorte felice e quella della sposa

perchč la scarpa dello sposo

č nel piede della sposa

Perchč la calza dello sposo

č nella gamba della sposa

Il sottanino dello sposo

č attorno alla vita della sposa

Il corpetto dello sposo

sulle spalle della sposa

la veste nuziale dello sposo

copre il corpo della sposa

I galloni dello sposo

sui gomiti della sposa

L’anello dello sposo

al dito della sposa

La collana dello sposo

al collo della sposa

Il “rosario” dello sposo

č sul petto della sposa

Gli orecchini dello sposo

alle orecchie della sposa

e il nastro rosso dello sposo

sulla testa della sposa

 

Si allunghino i giorni e gli anni

per le sposo e la sposa.

 

 

     I versi relativi ai doni dello sposo erano cantati solo nell’Illi del sabato sera e della domenica, detto Illi i gjat.

     Dei riti del giovedģ sera č ancora vivo il ricordo.

     La mattina del sabato le consuocere preparano il letto nuziale con le lenzuola e le coperte pił belle del corredo, finemente ricamate. I parenti e gli amici pił intimi vanno a visitare il letto nuziale ed ammirano i ricami, le coperte e l’arredamento. Ciascuno di loro getta confetti e posa un uovo sul letto.

     Le mie informatrici, che sono di etą avanzata, mi hanno riferito che, al tempo della loro giovinezza, il sabato precedente il matrimonio i genitori dello sposo mandavano in giro per il paese due ragazzini a distribuire mostaccioli e confetti ai parenti ed amici della sposa.

     La sera del sabato si svolge, in casa della sposa, una festa da ballo alla quale partecipano parenti ed amici.

     Da alcuni decenni a San Nicola dell’Alto  la sposa indossa per il matrimonio il diffusissimo abito bianco, ma prima l’abito nuziale era costituito dalla coha: un’ampia gonna, lunga fino ai piedi, plissettata in vita e completata da una camicia bianca dal folto riccio al collo e dal corpetto ricamato.

     La coha era un regalo dello sposo - come dice anche l’Illi - e veniva indossata dalla sposa il sabato sera. Prima perņ che essa si presentasse cosģ vestita nella sala ove si svolgeva il ballo, aveva luogo la pettinatura della sposa da parte di una ragazza, la quale doveva avere ambedue i genitori viventi. Non era una pettinatura vera e propria, ma una cerimonia, che offriva il motivo per cantare una nenia augurale.

     La sposa si presentava al rito coi capelli adorni della pjekėsidha, un nastro di trinetta nera, tipico della nubili. Le venivano intrecciati i capelli in due lunghe trecce che erano poi avvolte su un anello di corda del diametro di circa 10 centimetri, rivestito di stoffa, detto buleci. Attorno era avvolta la pjekėsidha delle maritate, costituita da un nastro rosso pieghettato ad anse molto strette, cucite e ripiegate all’estremitą inferiore.

     Con due ciocche di capelli delle tempie venivano composte due trecce che, successivamente avvolte, prendevano l’aspetto di due piccole pigne pendenti alle orecchie.

     Sui capelli cosģ pettinati veniva posata la napėza, un rettangolo di stoffa di lino bianco, delle dimensioni di un asciugamano, che veniva ripiegato in modo da ricavarne una specie di velo monacale, che dava alla giovane sposa, insieme col corpetto riccamente ricamato e col grosso riccio della camicia che le circondava il collo, un aspetto molto grazioso.  

 

 

TĖ KREHURIT

 

 

E dua tė tė krehi bukur bukur e dua tė tė krehi

E se krņhari e kroharģthė e se krohari

E se kėta lesh tė bukurithė e se kėta lesh

E bija ime, junaza ime, e bija ime

E si mė dhile dorėzit e si mė dhile

E lé manera, zonje, ēė ke e lé manera

E mirr manera, zonje, ēė gjen e mirr manera

E jip jurat, zonje, s’atė omė e jip jurat

Edhč s’atė omė edhé t’it et edhé s’atė omė

Edhé atire llėvezėrve t’onde edhé atire

E jipi shpisė e gjitonisė e jipi shpisė.

Voglio pettinarti ben bene

usando il pettine, il pettinino,

questi capelli  proprio graziosi.

O figlia mia, anello mio:

hai legato le mani, hai legato!

Or lascia, signora, le abitudini che hai

e prendi, signora, le abitudini che trovi.

E fa’ onore a tua madre, signora,

a tua madre e a tuo padre

ed anche ai tuoi fratelli

e alla tua casa e al vicinato.  

 

La sposa, cosģ pettinata, ed adornata dei gioielli che lo sposo le aveva portato in dono, prendeva parte alla festa, mantenendo perņ un atteggiamento riservato. 

I balli usati erano o le tradizionali valle degli albanesi o le tarantelle della tradizione calabrese. Ad un certo punto della serata una parte della compagnia usciva all’aperto e cominciava a ballare un’allegra e vivace danza in cerchio detta valla e nuses, dopo di che si dava inizio all’Illi, dal ritmo lento e solenne.

Dalle case vicine si esponevano lumi alle finestre, mentre molte persone di avvicinavano al coro danzante reggendo lumi ad olio ed il tradizionale kandilleri di ottone a tre o quattro becchi.

Dal ‘600 in poi i matrimoni erano celebrati per lo pił nel mese di ottobre, sempre di domenica, come risulta dai libri parrocchiali. Questa tradizione č rispettata ancora oggi, salvo rari casi in cui lo sposalizio avviene di sabato. Pare di poter affermare che non esistessero in passato superstizioni che vietassero la celebrazione delle nozze in particolari mesi, come avviene oggi per i mesi di maggio e novembre.

Il matrimonio a San Nicola dell’Alto, dal 1660 ai nostri giorni, č stato sempre celebrato secondo il rito latino, mentre prima era in vigore il rito greco.

Terminata la funzione religiosa gli sposi erano riaccompagnati a casa, preceduti da due donne che cantavano una lenta nenia sullo stesso motivo del “canto del pane” e del canto della pettinatura.

 

E PAĒĖM HJE ONORE ALLA SPOSA

 

E paēėm hjé, motrėza ime, 
e paēėm hjé, motrė

E si ka buka drė fronė e si ka buka. 

E paēėm hjé, motrėza ime, e paēėm hjé, motrė

E si tumacėt ndrė vaxhillė e si tumacėt

E paēėm hjé ...

E si ka vera ndrė bikerė e si ka vera

E paēėm hjé ...

E si ka kallaēi ndrė jutarė e si ka kallaēi

E paēėm hjé ...

E ka kjo udhė qė na shkomi e ka kjo udhė

E paēėm hjé ...

E gjéfsha perna me kurala e gjéfsha perna

E paēėm hjé ...

E tė j’u rritėshin ditėt e vjétėt e tė j’u rritėshin

E paēėm hjé ...

E dhondarrit me gjithė nuse e dhondarrit.

 

Che tu abbia onore, sorellina mia, 

che tu abbia onore, sorella!

Come il pane sul desco,

Che tu abbia onore…

Come il cibo nel gran piatto comune,

Che tu abbia onore…

Come il vino nel bicchiere,

Che tu abbia onore…

Come il calice sull’altare.

Che tu abbia onore…

Su questa strada per cui passiamo

Che tu abbia onore…

Possa trovare perle e coralli.

Che tu abbia onore…

Siano lunghi i giorni e gli anni

Che tu abbia onore…

Per lo sposo e la sposa.  

(La canzone č stata dettata da Lucia De Capua il 4 agosto 1976)  

 

Di solito la festa era allietata dal banchetto nuziale, durante il quale si brindava agli sposi.

Ad un certo punto il compare d’anello prendeva un piatto, lo copriva con un lembo della tovaglia e poi, colpendolo col pugno, lo frantumava.

Nel tardo pomeriggio era nuovamente cantato l’Illi i gjatė.

Spesso ancora ai nostri giorni la prima notte il compare d’anello, secondo un’antica usanza, canta sotto a casa degli sposi una serenata accompagnata da una piccola orchestra di amici che suonano chitarre, mandolini ed altri strumenti. Lo sposo li lascia suonare per un po’ e poi li accoglie con vino e biscotti prodotti in casa.

Durante tutta la settimana successiva alle nozze la sposa deve stare chiusa in casa, mentre lo sposo č libero di uscire. La suocera provvede al vitto ed ogni altra necessitą.

Tempo addietro il martedģ i parenti della sposa portavano alla coppia dei regali, detti “mo tė parė”: piatti, pentole e bicchieri pieni di legumi.

La domenica successiva la sposa era condotta in chiesa e dopo la messa era accompagnata dai parenti in casa della suocera dove pranzava per essere poi riaccompagnata, nel pomeriggio, nella nuova casa. Ogni parente portava un regalo.

In tempi recenti sia i parenti dello sposo che quelli della sposa offrono mo tė parin la domenica successiva a quella delle nozze. La madre dello sposo porta in tale giorno il corredo personale che ha preparato per il figlio: biancheria personale, qualche bella coperta e qualche paio di lenzuola.

 


Torna indietro