La lingua di San Nicola Dell'Alto

 

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Lingua
albanese
antica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     A San Nicola dell'Alto si usa correntemente un dialetto albanese classificabile come prototosco; simile cioè alla lingua parlata cinque secoli fa nell'Albania centromeridionale. Esso sta alla lingua albanese odierna (per fare un esempio) come la lingua di Niccolò Machiavelli sta all'italiano di oggi.

     E' un dialetto povero di termini astratti, essendo rimasto legato, per secoli, all'espressione di situazioni concrete della vita di una comunità di contadini e pastori che per ogni altra necessità "colta" ricorreva alla lingua italiana.

     Esistono dei canti in questo dialetto, legati alle danze dei giorni di festa (valle), e un solenne inno al sole (Illi), che accompagnava la lenta danza nuziale della tradizione.

     La peculiarità dei canti tradizionali di San Nicola è che essi non hanno la rima, ed i loro versi sono regolati solo dalla regola della "quantità", cioè dalla lunghezza dell'insieme delle sillabe che li compongono, come avviene anche nella metrica greca e latina.

     Sono pubblicati in questo sito esempi sia di canti tradizionali che di composizioni recenti in rima.

     Il dialetto albanese proto-tosco parlato a San Nicola Dell'Alto non ha mai avuto forma scritta - a quanto posso sapere - prima dei tentativi fatti dal prof. Luigi Bruzzano di Vibo Valentia nel 1892. Egli usava per raccogliere i testi albanesi di canti e novelle il comune alfabeto italiano. 
     D'altra parte l'alfabeto albanese attualmente in uso venne codificato dal Congresso di Monastir (o Manastir, odierna Bitola, città della Macedonia, Jugoslavia) nel 1908. Lo storico congresso (14-22 Novembre 1908) fu presieduto da Midhat FRASHËRI, mentre presidente della commissione, designata per la compilazione dell'alfabeto, fu Padre Gjergji FISHTA, dei frati minori francescani albanesi,
una personalità della cultura albanese e poeta di talento.

     Ricordo (si  parva licet componere magnis) che negli anni '50 del secolo scorso, durante i miei anni di scuola media, io tenevo un diario personale in lingua italiana ma, se avevo bisogno di scrivere qualcosa che volevo restasse segreto, lo scrivevo in lingua albanese, ma con l'alfabeto greco. Pensavo: chi sa l'albanese difficilmente (in quegli anni) conosce il greco e chi sa il greco difficilmente conosce una lingua tanto poco diffusa come l'albanese. Oltretutto l'alfabeto greco risolveva a meraviglia il problema della scrittura delle aspirate e degli altri strani suoni albanesi che non esistono in italiano...

     Colui che ha diffuso la scrittura della lingua albanese tra noi è stato l'insigne studioso Giuseppe Gangale, originario di Cirò Marina, ma vissuto per gran parte della sua vita all'estero. Egli ha anche proposto un suo particolare alfabeto per la scrittura della parlata arbëresh, che io ho usato per alcuni anni, ma che poi ho abbandonato per i motivi che sotto chiarisco.

 

 
 

Gli standard sono utili

 

 

 

L'alfabeto usato in questo sito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Precisazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     La parlata di San Nicola Dell'Alto è una varietà dell'idioma albanese, la cui area di diffusione centrale è tra l'Albania e la Kossòva (o Kòssovo). Come in tutte le aree linguistiche, anche in quella albanese la lingua si evolve più velocemente nell'area centrale e più lentamente nelle aree periferiche. Coerentemente con questa "legge" l'albanese di San Nicola  Dell'Alto è ad uno stadio evolutivo più tardo rispetto all'albanese "standard". Ma - come si è detto - è parte di quel sistema linguistico e si può scrivere con l'alfabeto di quel sistema, a patto che si facciano delle precisazioni (che più avanti saranno specificate).

     D'altra parte le lingue sono usate - nella forma orale e scritta - per comunicare, cioè per farsi intendere dal numero più ampio possibile di persone. A tale scopo si definiscono degli standard che, se limitano le autonomie localistiche, permettono però l'allargamento dell'area di circolazione dei messaggi.

     Gli standard - è vero - spesso semplificano e talvolta accettano dei compromessi e delle incoerenze, ma - storicamente - tutti gli alfabeti hanno di questi aspetti. Prendiamo, per esempio, l'alfabeto latino: usa ben tre segni diversi (c, q, k) per rappresentare lo stesso fonema.  Usa un unico segno (v) per rappresentare una vocale (u) ed una consonante (v). Almeno nel suo stadio più antico, usava un unico segno (c) per rappresentare ben quattro fonemi ben distinti ("c" e "g" velari, "c" e "g" palatali).

     Prendiamo l'alfabeto italiano: alcuni segni (c, d, g, i, s, u, z) si usano per rappresentare ciascuno distinti fonemi. C'è poi lo stranissimo fenomeno della lettera cui non corrisponde alcun suono: nelle parole "giacca", "già", "gioco", "ciao", "cielo", "ciuco" la lettera "i" è solo un segno diacritico, che serve a specificare il suono della lettera che precede. Anche la lettera "h" ha una funzione simile.

     Tornando alla lingua albanese, io ho deciso - dopo approfondita riflessione - di abbandonare l'alfabeto di Gangale e di scrivere la mia lingua materna con l'alfabeto di Monastir, perché io scrivo con l'intento di far circolare i testi antichi di San Nicola dell'Alto nell'area più ampia possibile. E' stato come accettare uno scartamento ferroviario che permette la più ampia circolazione dei treni. E' stato come accettare il sistema metrico decimale per uscire dall'angusto provincialismo dei palmi e dei pollici, dei tomoli e delle cannate. E' stato - per essere attuali - come accettare l'euro per facilitare gli scambi economici.
     Mi dà tremendamente fastidio dover usare "zh" e "xh", ma... lo considero il male minore.

     Non c'è dubbio che le comunità albanofone della provincia di Cosenza si siano "alfabetizzate" ben prima di quelle della provincia di Crotone. Esse usano da molto tempo l'alfabeto di Monastir ed io ho notato che se parlo con cittadini di quelle comunità, dopo un primo, leggero disorientamento, mi intendo molto bene. Eppure essi chiamano l'albero "glisi" e noi "lisi"; essi dicono "gliuglie" e noi "lule"; essi chiamano il dente "dhëmb" e noi "dhomb" e via dicendo. Ho pensato che, come ci si intende a voce, ci si possa intendere facilmente anche per iscritto se si concorda che

  • il segno "ll" (che essi pronunziano "l") noi lo pronunziamo "gh" e che

  • il segno "l" (che essi pronunziano come nella parola italiana "figlio") noi lo pronunziamo "ll" (o "l").

     Del resto anche nell'area di diffusione della lingua spagnola avviene qualcosa di simile: la parola "castellano" - per esempio - in Spagna viene pronunziata "castegliano" ed in Argentina "castegiano".

     Queste sono alcune mie considerazioni sull'alfabeto, ma... accetto suggerimenti e critiche.

     In conclusione:
 
io scrivo: e leggo: in queste occasioni
valla (la ridda) vagha in via ordinaria nelle parole di origine albanese
gjolla (la vita) jogha             "                    "                      "
mall (amore, voglia) mah             "                    "                      "
miallët (la farina) miahët             "                    "                      "
     
Shin Kolli (San Cola) Shin Koghi nei prestiti, quando nell'etimologia della parola si rintraccia una "l"
Shin Koll (San Cola) Shin Koh (non scrivo "Shi Nikoll", né "Shën Koll"!)
llëvau (il fratello) ghëvau dal greco "adelfòs"
qìalla (il cielo) qìagha dal latino "coelum"
shkolla (la scuola) shkogha dal latino "scola"
molla (la mela) mogha dall'italiano "mela" (?)
llumèra (la lampada) ghumèra dal calabrese "lumèra"
lliùni (il leone) ghiùni dal calabrese "liùne"
ma scrivo:    
Ghatàni (Gaetano) Ghatàni nei prestiti, quando nell'etimologia non si rintraccia una "l"
ghadhjùri(1) (l'asino) ghadhjùri (non "ghadiuri"!) per lo stesso motivo
ghardhìa (la vite) ghardhìa pochi altri casi particolari
gharghalìa (il telaio) gharghalìa     "             "          "       
ghunaza (anello) ghunaza     "             "          "
inoltre scrivo:    
hjea (il decoro, l'ombra)   per rendere la fricativa palatale sorda (calabrese "jùri" = fiore)
hjurameri (il prosciutto)             "              "           "         "   
1) In espressioni enfatiche è presente anche la pronunzia "gadhjur" (cioè con l'occlusiva velare sonora): - I, gadhjur! Çë ke bon?

 

 
 

"ll" e "gh"
per lo stesso
fonema

 

 

 

 

     Qualcuno dirà: - Ma tu usi due segni diversi ("ll" e "gh") per rappresentare lo stesso fonema! Rispondo: - Sì, è vero, ma che male c'è? Non succede la stessa cosa - per esempio - anche in italiano, dove si scrive "cuore" e "liquore", rappresentando lo stesso fonema con due lettere diverse? D'altra parte non accettavo la grafia "Llatàni" per l'italiano "Gaetano" (e per casi analoghi).

     Ricordo che, molti anni fa, mentre andavo col Gruppo folcloristico "Vatra" a dare spettacolo in Grecia, il comandante greco della nave ci invitò a cena e nella conversazione osservava che in greco la lettera "i" si scrive in vari modi. "Prendete il mio nome, Aristide" - disse - "in greco si scrive Aristeides, ma si legge "Aristidis", sicché  la lettera "i" si scrive prima col segno "i", poi con "ei" ed infine con la lettera "eta".

     Voglio dire: sono fenomeni diffusi nelle lingue e da non drammatizzare.

 

 
 

 

 
       

Vecchie
 parole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Un pope con la sua famiglia nell'Albania dell'800

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dhedha

     E' un'antica parola, ancora in uso, che indica le parti del legno di pino ricche di resina. Quando si spezzettava la legna per riscaldare la casa, le parti ricche di resina venivano separate e conservate per essere usate come innesco per accendere il fuoco nel caminetto o come fiaccole.
     La parola è presente anche nei dialetti calabresi dei paesi vicini nelle forme "deda" o "rera" (per rotacismo) ed è, con ogni probabilità, un prestito dal latino "taeda" (=fiaccola), a sua volta derivato dal greco "daida"  (accusativo di dais - daidos).

     E' interessante, perché attesta che la "t" nei prestiti dal latino si trasforma in arbëresh nel suono "dh".

 

Xhixhë

     Significa "scintilla, favilla". Il suo uso mi pare limitato all'espressione "Xhixha xhixha" = "tante faville". La sua ostica grafia sfigura questa bella parola, ma.... come detto altrove, è il male minore.

 

I ati - it at - tata

     La parola "ati" (=padre) è usata a San Nicola dell'alto nelle forme "i ati>jati (=il padre, suo padre); it at (=tuo padre); "tata" o "ta' " (= mio padre, padre mio). E' presente anche la forma moderna "papau".

 

Moma - jet omë - Joma

     La parola "oma" (=madre) a San Nicola Dell'Alto viene usata nelle forme "ime-oma">'m'oma>moma (= mia madre);  "jet omë (=tua madre); "e oma">joma (=la madre). Ma la parola è insidiata dalle forme recenti "mami" e "mamau" (= mamma).

 

Popa

     A San Nicola - come riferito a riguardo delle chiese - si segue nella liturgia il rito latino, ma l'originaria comunità di albanesi immigrati seguiva il rito greco. Ciò è confermato dalla numerazione (censimento) del 1543 che rileva l'esistenza nel borgo di due sacerdoti i cui nomi (Manueli e Basile) sono chiaramente greci. Anche la citata risposta della Curia Romana al vescovo di Umbriatico (1624) conferma tale circostanza. In albanese il sacerdote di rito greco era chiamato "popa" (pope) mentre il sacerdote odierno (di rito latino) è chiamato "prifti", (dal calabrese "prévite").

     La parola popa viene usata ancora a San Nicola, ma se qualcuno avesse chiesto a me o ai miei coetanei, quando eravamo bambini, cosa fosse "popa", avremmo risposto: - Un essere che incute timore, un uomo nero, un fantasma o cose del genere.
     Se si pone mente all'aspetto del pope (lunga veste nera, cappello a cilindro nero, folta barba nera) è facile dedurre che le mamme usassero minacciare i figli capricciosi con la figura del pope: "Vjen popa!". Ed il bambino ubbidiva. Cambiato il rito e spariti i pope, l'espressione è rimasta, ma come generico richiamo ad un indeterminato essere che incute paura.

 

Qerqi

     E' una parola poco usata e significa "vetro", "bicchiere". In albanese standard è presente nella forma "qelqi", che  deriva dal latino calix (il calice).

 

Sinduqi (shqip "sënduku")

     Significa "cassapanca", "baùle", ma è stata ormai sostituita dal prestito calabrese "kashuni". Io l'ho sentita usare come soprannome di un tale che, avendo il vizio di "molestar le femmine", fu costretto una volta a nascondersi in una cassapanca per sfuggire alle prevedibili reazioni di un marito.
     I soprannomi, per quanto deprecabili, sono però molto espressivi: in una parola dicono tutto!

 

Vuréa (shqip "Voréa")

     Ricordo che da bambino, se qualcuno urlava, sentivo talvolta mia madre esclamare: "Qetu, vuré!"
Questa parola per me aveva il significato di "persona dalla voce stridula, molesta" e niente altro.
     La parola deriva dal latino "bòrea" e significa "vento di tramontata, settentrione". Chi ricorda il sibilo tagliente della tramontana tra le fessure degli infissi nelle nostre case sul ventoso colle che ci ospita capisce bene come il termine sia passato dal suo significato proprio a quello figurato.

 

 


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