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Giuseppe Gangale |
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La mia collaborazione
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Nel 1961 abitavo a Catanzaro per motivi
di studio. Stavo a
pensione, assieme ad alcuni amici, nel quartiere alto della città (San
Leonardo), in casa di una guardia carceraria. |
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Dopo qualche tempo anch'io entrai nel giro degli arbereschi (come lui li chiamava) che collaboravano con lui alla documentazione dello stato di conservazione della lingua albanese nella media Calabria. Qualche volta ci coinvolgeva nelle interviste alle persone, altre volte, all'Hotel Jolly, ci assegnava un testo classico (per es. un canto dell'Odissea, un canto della Divina Commedia) e ci invitava a tradurlo nel dialetto da noi parlato. Annotava ogni parola che dimostrasse la vitalità dell'antica lingua e stimolava a creare neologismi con le radici delle antiche parole, fornendo egli stesso esempi concreti . Ci spronava insomma a rivitalizzare la nostra lingua materna. L'esperienza più stimolante per me fu quando mi affidò la ricerca del substrato albanese nella comunità di Gizzeria (nei pressi di Lamezia Terme). Gli abitanti di Gizzeria non parlano più l'albanese, per effetto delle proibizioni imposte nei secoli passati da parte dei feudatari che volevano esercitare così un maggiore controllo sui sudditi. Io andai a Gizzeria, munito di registratore e di macchina fotografica. Rintracciai nella loro attuale parlata calabrese parole albanesi, ma pronunziate "alla calabrese". Rintracciai toponimi chiaramente albanesi, ma la cosa più interessante fu la documentazione fotografica, che riuscii a portare, del modo tipicamente albanese di trasportare i pesi: legandoli con una corda sulle spalle anziché posarli sulla testa, come si usa fare in quel circondario. Negli anni seguenti ci furono diversi congressi delle minoranze linguistiche sparse in Europa, la fondazione del Centro greco-albanese di glottologia di Crotone, la mostra di Palazzo Fàzzari a Catanzaro. La mia collaborazione col prof. Gangale durò fino alla sua partenza per la Svizzera, poco tempo prima della sua scomparsa.
Dalla collaborazione con lui ho ricevuto un patrimonio di
informazione nel campo della filologia comparata indoeuropea e l'esempio
di una concezione severa della vita. La sua correttezza morale aveva sempre tenuto lontano dal discorso le sue idee religiose ed ogniqualvolta accennavo a tale ambito egli sfuggiva dicendomi: "Lei mi costringe a filosofare: ho smesso di farlo ormai da tanti anni!" Egli infatti negli anni '20 del secolo scorso era stato un esponente di primo piano del protestantesimo in Italia, tanto che, a tale riguardo, più che di protestantesimo - secondo alcuni - si potrebbe parlare di "Gangalismo". Aveva diretto per alcuni anni la rivista "Conscientia", che era stata chiusa per difficoltà con la censura fascista. Poi aveva fondato la casa editrice Doxa. In seguito si era dedicato agli studi di glottologia ed in particolare alle lingue minoritarie: soprattutto il ladino e l'albanese. Ci ricordava spesso (per stimolarci) di essere riuscito a rivitalizzare e far rientrare nell'uso corrente l'antica lingua feroica parlata nelle isole Faër Oer prima della conquista danese. Quella lingua non era più conosciuta dagli abitanti delle isole, ma se n'era conservato un testo scritto: il Vangelo. Ciò era bastato per rimettere in uso l'antica lingua e per renderla idonea a comunicare tra uomini del nostro tempo.
La sua opera tra gli albanofoni di Calabria è servita a
sensibilizzare al problema della conservazione della lingua materna
soprattutto le comunità della "Media Calabria" che, contrariamente alle
comunità cosentine e sicule, non sono riuscite a conservare il rito
greco nella liturgia e, con esso, i sacerdoti autoctoni in funzione di
promotori della lingua e cultura portata in Calabria dalla madrepatria. Voglio aggiungere una considerazione che forse potrà servire a chiarire ulteriormente la mia posizione. Il messaggio del Professore - ricordo bene - era di reagire alla tendenza in atto di omologazione delle culture minoritarie a poche culture dominanti (vedi il dilagare dell'inglese...) e questo - aggiungo io - a prescindere dal codice alfabetico usato. Io penso che la lingua sia fondamentalmente un fatto orale e comunicativo e che tutti noi (che - in un modo o nell'altro - abbiamo operato per conservare i testi e le tradizioni linguistiche delle nostre piccole realtà sociali) abbiamo onorato il messaggio del prof. Gangale: sia che ci siamo serviti del suo modo di scrivere, sia che abbiamo usato altri alfabeti.
Negli ultimi anni della sua vita anche il suo luogo d'origine, Cirò Marina, si ricordò di Giuseppe Gangale ed organizzò un incontro pubblico con lui. Recentemente gli ha dedicato un busto in una piazzetta ed ha accolto le sue ossa nel suo cimitero.
La lirica sotto riportata è scritta utilizzando non l'alfabeto albanese "ufficiale" (quello cosiddetto di Monastir), ma l'alfabeto inventato dal prof. Gangale ed attualmente promosso dal Centro greco-albanese di glottologia di Crotone.
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PARAKALLESURITY TY MBROMESY |
PREGHIERA DELLA SERA |
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Una sua lirica
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Zot, tire sheh teku rreva: uda e gkillate ishe, dderaty tonde ty ngkusta, si o' i skruary. Si ti ddeshe, stupiny ure llasta, moora trastyrin e bbora i rradderees. Si tire ddeshe, kapyrzeva ure malle e llumera, dhezha llufte, i malekuar e i bekuary, esul vyrteteje, folla gkilluhe ty huaja, me ty huaja horiis. Ure i huajy bask me ty timaty, ure njy i vetem vet me shuum veta, ure kjerkji i ççaary, po dhe pasikjiry i tijy ççy ndirroon te fllamur lliveer. Nanì ççy fllamuri u vuu mbi çukkaty e mallevet teku hipurry ty tatera timy e eera e mbromesy timy friiny, Zot, killoft tijy truar kit fllamur. Llem ty ty llus, u ççy kakjy fllamura ulla, Llem ty ty llus, u ççy nyngk munda ty llutija ka vieçç pa ty dimuruame. Shih, gkilluha ççy nyngky zhgkillidhej, si gkilluha e Zahhariut ty pa beesy, zhgkillidhet (sa ty thirret, o i llart, o i shehury, o i pa killuamy, me fiallat ty ddekura e tateravet, uj ty bekuary ty sprishury mbi kartavet time ty thata). |
Signore, Tu vedi dove io
sono giunto: |
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Storie
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Il prof. Gangale era un pozzo di cultura filologica. Quando si
lavorava con lui era un piacere sentirgli fare collegamenti tra
lingue diverse e fornire etimologie di parole. Ne propongo un paio,
così come mi ritornano in mente. Diceva un giorno: in albanese la febbre si chiama "éthja", orbene anche in greco esiste la stessa radice "aithi", che significa ardere. Gli antichi Greci infatti usavano il termine "aithi-ops" (ardente-aspetto, ardente-faccia) per indicare gli egiziani (etìopi), che quindi venivano chiamati dai Greci "facce bruciate, facce scure". Un'altra sua etimologia: in albanese esiste il termine "teri", che significa "asciugare, seccare": ebbene è la stesa radice del termine latino "terra", che significa, appunto, l'asciutta, in contrapposizione alle acque dei mari. Giusto come emerge dal racconto biblico della creazione (Biblia vulgatae editionis, Gen. I, 9-10): "Dixit vero Deus: Congregentur aquae, quae sub coelo sunt, in locum unum: et appareat arida. Et factum est ita. Et vocavit Deus aridam, Terram..." |
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Creazione
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Egli - come ho detto - ci stimolava a parlare usando solo parole
albanesi e - se necessario - a creare parole con le radici albanesi
ancora vive. La cosa non è facile (immersi come siamo in mass-media
che parlano in italiano ed inglese), ma è l'unico modo per rivitalizzare un idioma. E richiede - come diceva il professore - la
stoffa dell'apostolo. Lui proponeva (faccio solo pochi esempi):
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Esercizi
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Ho ritrovato tra le mie vecchie carte alcuni appunti frammentari di
quel periodo e li propongo per dare un'idea del lavoro che il
Professore ci spronava a fare.
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Ndë mes të vaturit të
gjolles t'one u ndodha të shkoja te një pilë(1) e zezë dhe udha e drejte kish qon e bjerrë. ________________________ |
Nel mezzo del cammin
di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita. _________________________ |
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Te hora e të dhomburit hihet ka mua,
Aio fuqi e made më bori
mua
Lefterin(4) u jam çë vete kute
kërkue Liqëzia(5) tundë jatin(6) t'im të lart.
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Per me si va nella città dolente,
Fecemi la divina potestate __________________________
Libertà vo' cercando, ch'è sì cara __________________________ Giustizia mosse il mio alto fattore.
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______________________________________________ Note I versi sono degli endecasillabi sciolti. (1) Pila (shqipe: pyll-i) = bosco, selva. Il vocabolo già allora non era più usato a San Nicola, ma si conservava come toponimo nella vallata tra San Nicola e Casabona. E' interessante notare come il Professore ci spronasse a rivitalizzare la lingua partendo anche dagli antichi nomi di luoghi ancora in uso. (2) Dituria = sapienza. E' un calco: come in latino "sapio>sapientia" in sannicolese si è presa la radice "di" (io so), ancora viva, per creare il neologismo "dituria". Questo termine in realtà è già presente, sia in shqip che in arbëresh, ma noi allora non lo conoscevamo e l'abbiamo "reinventato" col procedimento sopra indicato. (3) Mall-i = amore. A San Nicola la parola mall è specializzata nel significato di voglia, desiderio. Usare il termine nel senso di "amore", anzi di "Amore" con l'a maiuscola, ha richiesto un certo sforzo psicologico, ma il verso ne ha acquistato scorrevolezza e musicalità... (4) Lefteri-a = libertà. E' un grecismo (eleutheria), usato per suggerimento del Professore, per rendere la parola libertà, che a San Nicola non ha un termine specifico. O - meglio - c'è a San Nicola il termine "lirë", ma specializzato nell'esclusivo significato di "poco costoso, di basso prezzo". (5) Liqëzia = giustizia. A San Nicola si usa il termine "liqë-a" (latino lex), ma solo nell'espressione "aver ragione": per es. "ke liqë" e noi avremmo potuto tranquillamente usarlo, ma per esigenze metriche avevamo bisogno di una parola più lunga (e più "sostanzionsa") e così abbiamo inventato "Liqëzia" per imitazione della parola "vapëzia" (povertà), che a San Nicola è viva, o - almeno - lo era ai tempi di mia verde stagione... (6) I ati = il padre, e quindi, per estensione, il "fattore".
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Interessanti notizie su Giuseppe Gangale si trovano nel sito internet:
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